Il gioco da tavolo non solo come veicolo di svago

Da vero appassionato di boardgame di lunga data e grande interessato a ciò che il gioco da tavolo può fare per lo sviluppo individuale dei giocatori, Giuliano ci conduce lungo un viaggio ludico nelle tappe di questo sviluppo, in cui identifica quelli che, in base alla sua esperienza, sono gli elementi (e i titoli) che portano quel “qualcosa in più” all’esperienza al tavolo, o meglio, a tutti i partecipanti.

Di Giuliano Milani

Il gioco da tavolo, lo sappiamo, sta vivendo una vera e propria seconda giovinezza. La prova ne sono le numerose manifestazioni che si tengono durante l’anno e gli innumerevoli titoli, più o meno interessanti, che escono di continuo. Un catalogo di titoli che, spaziando tra varie tematiche, possibilità di utilizzo di licenze di personaggi, serie televisive, film, etc, offre a chiunque sia già immerso in questo mondo, o voglia avvicinarvisi, una vasta scelta.

Personalmente ho sempre creduto che il gioco da tavolo (da non confondersi con i giochi da casinò, come ahimé purtroppo in Italia troppo spesso succede – e qui potremmo aprire un’altra discussione) sia non solo uno strumento di svago ma possa, nei giusti contesti, essere anche strumento di educazione, di aggregazione e di crescita individuale; sia per chi lo propone, sia per chi ne usufruisce. 

Questa convinzione l’ho maturata sulla mia pelle attraverso la frequentazione dei compagni di scuola (delle elementari prima e delle medie poi) dei miei figli, convinzione che mi ha spinto poi a creare, assieme ad altri compagni di ventura, Ludoverse e a credere nel suo operato; ma questa è un’altra storia…

Esistono giochi da tavolo che pongono particolarmente l’accento su queste tematiche un po’ per tutte le età. Si può così partire sin da piccoli, già dai 3 anni, con giochi che stimolano tatto, memoria e fantasia (ottima la linea Chicco con i giochi creati da Luca Bellini e Luca Borsa e illustrati da Erika Signini).

Con l’età delle elementari si può alzare un po’ l’asticella, proponendo giochi che portino anche a fare determinati ragionamenti (ricordo che con mio figlio giocammo ad un gioco stile UNO ma che utilizzava dei calcoli matematici, seppur molto basici: “Gioca il Segno”) oppure che comincino a creare tra i ragazzi un po’ di sano antagonismo, o a collaborare tra di loro per un fine comune.

L’aspetto collaborativo può diventare un elemento importante nella fase adolescenziale, in un momento dello sviluppo in cui possono sorgere situazioni di bullismo o di prevaricazione di un soggetto rispetto ad altri. Una volta (ma godono di una ottima salute anche ora), “giochi collaborativi” era praticamente sinonimo di “giochi di ruolo”; ora questi sono stati affiancati dai collaborativi veri e propri, giochi  in cui tutti i componenti del gruppo sono accomunati dal vincere o perdere contro il gioco. Detta così può sembrare una banalità, ma esistono giochi in cui se non si è più che coesi, si torna a casa con la coda tra le gambe. Due giochi per tutti adatti al target adolescenziale sono Mice and Mystics e Robinson Crusoe: viaggio verso l’Isola Maledetta.

Arriviamo infine all’età adulta, in cui possono essere proposti giochi di un certo livello di complessità, che inducono il giocatore a impegnarsi, in proprio o in collaborazione con altri, nel portare a compimento il proprio obiettivo – This War of Mine, a livello puramente collaborativo, lo considero un capolavoro; così come Nemesis, che mischia competizione e collaborazione.

Ma, se nell’età infantile e adolescenziale il gioco può avere un valore educativo, nell’età adulta quali valori può portare ai suoi fruitori ? Qual è il ruolo dell’adulto nel gioco?

Platone, fra i suoi tanti aforismi ne fece anche uno sul gioco :

Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco, che in un anno di conversazione.

Mai cosa fu più sensata; il gioco nell’adulto ci permette, oltre che di scaricare lo stress accumulato, di essere noi stessi, di essere amati/odiati rapportandosi con gli altri, e in alcuni casi, di far emergere tratti di noi difficilmente accettati dalla realtà sociale.

Questo chiaramente non vuole essere un trattato educativo, per questo ci sono persone molto più preparate di me, ma solo una piccola riflessione sulla mia esperienza ludica per contribuire a sdoganare la diceria che “giocare è una cosa da bambini”. Giocare è spesso visto come qualcosa di improduttivo e di inutile, qualcosa che ci fa perdere del tempo e che consuma le nostre energie.

Spero con queste poche righe di aver solleticato la curiosità di qualcuno a vedere l’interno della scatola di un gioco non solo come un contenitore di pezzi di plastica, legno o cartone.

Senza mai dimenticare lo scopo finale del gioco da tavolo: divertirsi.

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